Caramelle

Una scena che mi ha portato indietro di trent’anni, quando con qualche spiccio racimolato portando buste di spesa pesantissime fin su al quarto piano a mia nonna, andavo a comprarmi leccornie varie… Ma quella che più mi faceva gola costava sempre quelle 10 lire di più… Quel ragazzino ieri sera forse ero io trent’anni fa… Resisti, tra qualche giorno arriva il tuo compleanno, giusto 10 giorni, e diverrai ricco e diverrai un easy rider… Arriverà la bici da cross con le marce. E
la tua vita avrà una svolta… Ti sei sempre accontentato e ti è sempre andata più che bene. Forza…

  

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Voglia di mare.

Dopo l’istante magico in cui i miei occhi si sono aperti nel mare, non mi è stato più possibile vedere, pensare, vivere come prima.
Jacques Cousteau

Oceanografo francese (11 giugno 1910, 25 giugno 1997)

Arbatax Rocce Rosse

un uomo che ho sempre ammirato.

Scienziato, oceanografo, inventore, regista ed esploratore instancabile degli abissi marini, Jacques Cousteau è un uomo che si è sempre distinto per la grande libertà interiore, avendo sempre vissuto la sua vita assecondando i suoi desideri e le sue aspirazioni, a dispetto di tutto e delle eventuali difficoltà. Jacques Yves Cousteau nacque l’11 giugno 1910 a Saint-Andre-de-Cubzac, nei pressi di Bordeaux. Figlio di un avvocato che viaggiava spesso per lavoro, prese fin da piccolo l’abitudine di girare per il mondo….

Arbatax Rocce Rosse

Ma che bel Castello…

Si dice che dietro ad ogni grande uomo ci sia un’altrettanto grande donna. Non in questo caso però, qui a mancare è il grande uomo.

Umberto I di Savoia, il Re buono, appellativo con cui è ricordato tutt’oggi, figlio di Vittorio Emanuele II, primo Re d’italia, fece solo un paio di cose di buono:

  1. aboli la pena di morte
  2. sposò la cazzutissima Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia. 

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Marghe, in realtà diventò sua moglie per un motivo alquanto bizzarro e strano. La candidata sposa di Umberto in un primo momento fu l’arciduchessa Matilde d’Asburgo-Teschen, poi però morì tragicamente, ustionata dall’incendio del suo abito. Stava cercando di nascondere una sigaretta alla governante, na volpe insomma.

Quindi Menabrea (non quello della birra), si affrettò a cercare una sostituta e nell’affanno della concitazione, propose Margherita. Dapprima riluttante, il papà di Umberto, il Re d’Italia, alla fine acconsentì e ordinò al figlio di impalmare la prescelta. Quando il principe ereditario fece la sua proposta a Margherita, questa rispose: Sai quanto sono orgogliosa di appartenere a Casa Savoia, e lo sarei doppiamente come tua moglie!. Ah quasi dimenticavo, i piccioncini erano cugini.

Quindi, Umberto e Margherita si sposano a Torino, il 22 aprile 1868; furono le “nozze del secolo” di allora, e per quell’occasione re Vittorio Emanuele II creò il corpo dei Corazzieri reali, che dovevano fungere da scorta al corteo regale, e l’Ordine della Corona d’Italia, con cui venivano premiati tutti coloro che si erano distinti al servizio della Nazione. La meta del viaggio di nozze furono alcune città italiane, onde meglio far conoscere i futuri monarchi italiani alla popolazione; quindi, dopo un soggiorno nella Villa reale di Monza, i neosposi partirono per un viaggio ufficiale a Monaco di Baviera e a Bruxelles, dove vennero accolti calorosamente.

Tornano a Napoli dove si stabiliscono, e Marghe un giorno becca quel furbacchione di Umberto intento a inciuciarsi la sua amante, la duchessa Litta. 

Apriti cielo, e la Marghe se ne vuole tornare a casa da Mammà, ma il suocero V.Emanuele,Re d’Italia ecc… la convince a restare dicendole: “Solo per questo vuoi andartene?”. Allora resto… ma ti faccio vedere io.

Di li a poco Papi muore ed Umberto si ritrova Re, e soprattutto Margherita regina. Fresco di fregio incomincia a girare per l’Italia in cerca di notorietà e lo amano così tanto che tentano di ammazzarlo un paio di volte. Nel suo girovagare si portava appresso Margherita che in un incontro a Bologna fece perdere la testa ad un tale Giosuè Carducci, di idee repubblicane, il quale, rimasto incantato dalla grazia e dalla bellezza della regina , scrisse per lei pagine di grande ammirazione e le dedicò la celebre ode Alla regina d’Italia.

La Marghe ci stava dentro di brutto, cattolica, fieramente attaccata a Casa Savoia e profondamente reazionaria, fu la prima donna italiana a sedere sul trono del paese appena nato.

Nasce a Torino alle 0.45 del 20 novembre 1851 e rimase orfana di padre all’età di quattro anni. Bionda e di bel portamento, la giovane Margherita sviluppò un carattere religioso e conservatore, dimostrando eccellenti qualità di comunicatrice. Godrà di una notevole popolarità, soprattutto presso la numerosa massa degli italiani ignari delle sue vere tendenze reazionarie. Era coinvolta in numerose opere di beneficenza e filantropiche, organizzava attività promozionali delle arti, e portava numerose visite e  cospicui lasciti ad ospedali, orfanotrofi e istituti vari.

Tra tutte queste cose, si scopre appassionata alpinista. Scalò, prima donna, una delle più alte vette delle Alpi: il Monte Rosa. Per questo motivo le venne dedicato il rifugio Margherita, costruito in prossimità della cima della montagna. E proprio li in quelle zone, un giorno decise così, come io decido di farmi un panino, di farsi regalare un castello dal marito Umberto. lo voleva lì, ne un cm più in qua ne uno più in là. Lì. Al cosiddetto “Belvedere”,in ragione della splendida vista che da lì domina tutta la vallata fino al ghiacciaio del Lyskamm.

inizio un tira e molla col marito che non ne voleva sapere, quello voleva andare in giro per il paese. e dagli oggi e dagli domani, dopo 10 anni di insistenze, Umberto cede. La posa della prima pietra dell’edificio avvenne il 24 agosto 1899.

Sto diavolo di donna, da quel momento ha fatto di quel castello la sua ragione di vita. Ha scassato i maroni a tutti ed a tutti i livelli, dagli architetti agli artigiani, dai manovali a ministri.

il risultato? in soli 5 anni ha fatto tirare su un castello da fiaba, da favola.18875315699_c42e1dd8c4_m

  • cinque torrette cuspidate, una diversa dall’altra.
  • esterno totalmente rivestito in pietra da taglio grigia proveniente dalle cave della valle.
  • soffitti a cassettoni
  • tre piani: il pianterreno con i locali da giorno, il piano nobile con gli appartamenti reali ed il secondo piano, riservato ai gentiluomini di corte
  • tappezzerie che ornano le pareti, in tessuto di lino e seta, decorate ad effetto chiné.
  • un elegante e maestoso scalone in legno di rovere intagliato con grifoni ed aquile, piegato a vapore.
  • camini in pietra ovunque
  • acqua calda e termosifoni in ogni stanza
  • impianti elettrici sottotraccia
  • ecc..

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Inoltre a tutto lo sfarzo, la stupenda meridiana: realizzata in facciata nel 1922, reca le parole augurali già riportate su un orologio solare di Cogne del 1915: ” Sit patriae aurea quaevis” – “Ogni ora sia d’oro per la patria”. in realtà hanno portato una sfiga tremenda perchè poco dopo, in uno dei suoi giretti per l’Italia, a Monza un “fan” di Umberto, lo fa secco.

Marghe è vedova.

trascorre li i suoi soggiorni estivi fino al 1925, con un via vai di gente, poeti, scrittori, filosofi e scambi commerciali ecc… portando vigore e splendore alla vallata e soprattutto a Gressoney.

Di li a poco la Regina si spegne, a Bordighera un anno dopo.

Ci ha lasciato questo gioiello.

Pare un castello uscito dalle favole, non solo per l’architettura ma anche per il contesto che lo ospita. Tu guardi ovunque e tutto ti pare bello. ma appena poi scopri che tutto è stato fatto in soli cinque anni, tutto diventa magnifico.

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Hai capito la Regina… Immaginiamola capo cantiere della Salerno Reggio.

Certo questo castello, un regalo del re Umberto e non ha dovuto soffrire lungaggini o burocrazie da catasto, appalti concessi a ditte gestite dalla mafia, anzi.

Tutto è perfetto, le scale, i pavimenti, i muri, le finestre, i camini, i lampadari, i sanitari, il biliardo. Tutto con colori ancora incredibilmente vivaci per non parlare delle tappezzerie ( in seta e lino) intatte (anche perché non incollate alla parete).  . Nessuno spiffero.

Altra cosa interessante è che le cucine sono esterne al palazzo ( la regina non voleva sentirne gli odori) e sono collegate da una ferrovia sotterranea con la quale arrivavano i piatti caldi (conservati in recipienti termici).

Troppo avanti sta Regina.

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Dopo aver dato un ultimo sguardo alla spettacolare scala in legno e alle iniziali del Re e della Regina, esco dal castello per visitare il piccolo giardino botanico, che raccoglie le specie più decorative di fiori alpini locali e provenienti da diverse parti del mondo. Profumi e colori sono davvero indimenticabili.

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Purtroppo le fotografie non possono ricreare l’atmosfere di aromi, sfumature e trasparenze che un giardino può regalare.

qui una serie di scatti: https://flic.kr/s/aHskeJNGPJ

“Ponte del Mare”

E’ il più grande ponte ciclo-pedonale italiano ed uno dei maggiori d’Europa.

Chi conosce Pescara sa di cosa sto parlando. Il Ponte del Mare è un ponte strallato ciclo-pedonale, che a percorrerlo verso il porto turistico risulta agevole; percorrerlo dal porto turistico, soprattutto dai ristoranti del porto turistico, verso la spiaggia risulta più faticoso, perlomeno in maniera direttamente proporzionale a quanto avemo magnato e bevuto da Franco.

Ponte del Mare

E’ il nuovo simbolo di Pescara, città che mi è apparsa moderna con poca storia e ancor meno memoria. Mi ha dato l’idea di città ben vivibile grazie ai servizi e al clima e alla buona cucina. Se andate a Pescara, e ne vale veramente la pena, soffermatevi dopo una passeggiata sul Ponte del mare. Specialmente con il tempo non piovoso e non nuvoloso, potete godere di un panomara di raro fascino. In mezzo alle campate della pista ciclabile e di quella pedonale, guardando verso ovest potete ammirare i profili della Maiella  e del Gran Sasso (la bella addormentata), soprattutto se scegliete i momenti che precedono o seguono il tramonto. Vi sorprenderà. Osservate in silenzio, la mente sgombra da pregiudizi, pochi minuti di osservazione di faranno stare meglio, lo spettacolo della natura è sempre impareggiabile.

link a Wikipedia

il mio Trabocco

in visita a Pescara, scoprendo simil palafitte dal sapore esotico. inevitabile desiderarne uno tutto per se, per farne ciò che si vuole.

lo vedrei trattoria rustica, dove al tramonto inizierei a servire aperitivi seguiti da cene a km 0.

lo vedrei come rifugio da stress e inquinamento acustico tipico male di noi metropolitani.

lo vedrei come circolo di inventori nel quale trovare ispirazioni ed idee.

lo vedrei comunque così, proiettato ad ovest a raccogliere fino all’ultimo raggio di sole.

il mio trabocco .

Trabocco

Il trabocco è un’imponente costruzione realizzata in legno strutturale che consta di una piattaforma protesa sul mare ancorata alla roccia da grossi tronchi di pino d’Aleppo, dalla quale si allungano, sospesi a qualche metro dall’acqua, due (o più) lunghi bracci, detti antenne, che sostengono un’enorme rete a maglie strette detta trabocchetto.

Trabocco

Il trabocco è tradizionalmente costruito col legno di pino d’Aleppo, il pino comune in tutto il medio Adriatico; questo perché è un materiale pressoché inesauribile, data la diffusione nella zona, modellabile, resistente alla salsedine ed elastico (il trabocco deve resistere alle forti raffiche di Maestrale che battono il basso Adriatico). Alcuni trabocchi sono stati ricostruiti negli ultimi anni, grazie anche a finanziamenti pubblici come ad esempio la legge regionale abruzzese n.99 del 16/9/1997, ma hanno però perso da tempo la loro funzione economica che nei secoli scorsi ne faceva principale fonte di sostentamento di intere famiglie di pescatori, acquistando in compenso il ruolo di simboli culturali e di attrattiva turistica. Alcuni trabocchi sono stati persino convertiti in ristoranti. Il termine “trabocco” deriva per sineddoche da quello della rete suddetta, ossia datrabocchetto, e questo, il quale è usato anche nell’uccellagione ed è sinonimo di ‘trappola’, è dovuto al tipo di pesca, cioè perché il pesce cade in una trappola.

Trabocco

La diversa morfologia della costa abruzzese e garganica ha determinato la compresenza di due diverse tipologie di trabocco: quella garganica prevede l’ancoraggio ad uno sperone di roccia di una piattaforma estesa longitudinalmente alla linea di costa, dalla quale si dipartono le antenne. La tipologia originale abruzzese, tecnicamente detta bilancia, insiste spesso su litorali meno profondi e si caratterizza pertanto per la presenza di una piattaforma in posizione trasversale rispetto alla costa, alla quale è collegata da un ponticello costituito da pedane di legno, inoltre le bilance hanno un solo argano, azionato elettricamente spesso, anche quando il mare è perfettamente tranquillo e la rete è molto più piccola di quella dei trabocchi garganici; altra caratteristica che differenzia le due tipologie è la lunghezza ed il numero delle antenne, più estese sul Gargano (anche il doppio di quelle di Abruzzo e Molise); a Termoli le bilance hanno al massimo due antenne, sul Gargano e nel Nord Barese, a Barletta, Trani e Molfetta, sempre due o più.

Secondo alcuni storici pugliesi, il trabocco sarebbe un’invenzione importata dai Fenici. La più antica data di esistenza documentata risale al XVIII secolo, periodo in cui i pescatori dell’Abruzzo dovettero ingegnarsi per ideare una tecnica di pesca che non fosse soggetta alle condizioni meteomarine della zona. I trabocchi, infatti, permettono di pescare senza doversi inoltrare per mare: sfruttando la morfologia rocciosa di alcune zone pescose della costa, venivano costruiti nel punto più prominente di punte e promontori, aggettando le reti verso il largo attraverso un sistema di monumentali bracci lignei.

Il trabocco è tradizionalmente costruito col legno di pino d’Aleppo, il pino comune in tutto il medio Adriatico; questo perché è un materiale pressoché inesauribile, data la diffusione nella zona, modellabile, resistente alla salsedine ed elastico (il trabocco deve resistere alle forti raffiche di Maestrale che battono il basso Adriatico). Alcuni trabocchi sono stati ricostruiti negli ultimi anni, grazie anche a finanziamenti pubblici come ad esempio la legge regionale abruzzese n.99 del 16/9/1997, ma hanno però perso da tempo la loro funzione economica che nei secoli scorsi ne faceva principale fonte di sostentamento di intere famiglie di pescatori, acquistando in compenso il ruolo di simboli culturali e di attrattiva turistica. Alcuni trabocchi sono stati persino convertiti in ristoranti. Il termine “trabocco” deriva per sineddoche da quello della rete suddetta, ossia datrabocchetto, e questo, il quale è usato anche nell’uccellagione ed è sinonimo di ‘trappola’, è dovuto al tipo di pesca, cioè perché il pesce cade in una trappola.

La tecnica di pesca, peraltro efficacissima, è a vista. Consiste nell’intercettare, con le grandi reti a trama fitta, i flussi di pesci che si spostano lungo gli anfratti della costa. I trabocchi sono posizionati là dove il mare presenta una profondità adeguata (almeno 6m), ed eretti a ridosso di punte rocciose orientate in genere verso SE o NO, in modo da poter sfruttare favorevolmente le correnti.

La rete (che tecnicamente è una rete a bilancia) viene calata in acqua grazie ad un complesso sistema di argani e, allo stesso modo, prontamente tirata su per recuperare il pescato. Ad almeno due uomini è affidato il durissimo compito di azionare gli argani preposti alla manovra della gigantesca rete, nei piccoli trabocchi della costa molisana e abruzzese l’argano è azionato spesso elettricamente. Sul trabocco operano in norma quattro uomini (che si spartiscono i compiti di avvistamento del pesce e di manovra), detti “traboccanti”.

Fonte Wikipedia 

Signore e signori, Messer Tulipano

Non credo di essere un modello top di romanticismo, ne tanto meno esser la reincarnazione di un botanico, ma sono uno a cui la natura sorprende sempre. Mi sorprende anche nella semplicità di un fiore, sobrio quanto elegante, minimale quanto fiero.

Messer Tulipano

Posso immaginare una aiuola di tulipani come coriandoli dopo il passaggio di mille carri allegorici, come pennelli dalla punta fine che si imbrattano dei colori del sole, come delle spugne che assorbono la luce e la filtrano nell’iride, rIdiffondendola attraverso i loro petali.

https://www.flickr.com/photos/61883071@N02/16914841159/

sono talmente poco romantico che non mi ero nemmeno accorto del mio involontario romanticismo.

tu arrivi in un pomeriggio di primavera, un pomeriggio durante la settimana che filtra e seleziona i visitatori, ti presenti all’ingresso di un castelletto belloccio ma niente di che, entri, ti guardi attorno e sei fottuto.

Messer Tulipano

E’ amore a prima vista, ti si accende tutto, occhi cuore mente. Mille e mille bulbi fioriti in un giardino nascosto e protetto di estrema bellezza, che ti catapulta lontano dalla realtà e ti riporta al bello, al semplicemente bello. ti volti indietro verso l’ingresso e ti accorgi che quello che sembrava un semplice edificio rurale è diventato una fantastica dimora.

Messer Tulipano

Un castello appunto

E’ un castello medievale che risale al XIII secolo, nato come fortezza con attorno il classico fossato con ponte levatoio, diventa residenza di alcune tra le famiglie più ricche (Anterisio e poi Roero). Eliminato il ponte levatoio, venne costruito il portico d’ingresso, un grandioso scalone e coperto il cortile centrale, trasformato in un salone d’onore, alto tre piani. Ma il top è dovuto al “famoso” architetto paesaggista Xavier Kurten che creò il magnifico parco all’inglese. Qui dal 2000 ogni anno ad aprile la straordinaria fioritura di oltre 75.000 tulipani e narcisi olandesi annuncia la primavera: MESSER TULIPANO

Messer Tulipano

La manifestazione trasforma il parco all’inglese in un vero giardino incantato, che accoglie nelle pertinenze mostre e esposizioni a tema. La manifestazione coinvolge tutto il parco: nei grandi prati sono create aiuole dalle forme morbide e sinuose, progettate ponendo particolare attenzione a non alterare l’impianto del parco, le aiuole dunque “serpeggiano” tra gli alberi secolari piuttosto che presentarsi geometriche e regolari.

Messer Tulipano

leggo dal web:

Il tulipano ha una storia strana, è il fiore nazionale ungherese e il simbolo della Turchia, infatti il suo nome scientifico Tulipa deriva da cioè turbante simile alla forma che assume il fiore del tulipano.  Circa mille anni fa era conosciuto e coltivato per i suoi bulbi utilizzati a scopo commestibile. Un Gran Mogol Persiano scrisse un trattato di botanica su di esso.  La pianta fu portata in Europa ma l’utilizzo dei suoi bulbi non ebbe un gran successo in campo gastronomico e si finì per coltivarlo a scopo ornamentale. Il botanico Clusius (Charles de l’Ecluse) diffuse la coltivazione del tulipano in Europa.
Fu il naturalista Gesnerio che battezzò nel 1559 la pianta “tulipano” dalla forma a turbante. Nel seicento esplose la tulipomania e gli abiti , i cappelli erano arricchiti con tulipani freschi o di stoffa.  Da questo momento l’interesse per il tulipano aumenta sempre più fino a giungere ai ricchi olandesi.

Ci sono molti aneddoti su questa mania per esempio quello di un ricco birraio che barattò la sua fabbrica per un solo bulbo. I bulbi arrivarono addirittura ad essere quotati in Borsa.

Questa mania finì grazie ad un decreto del 1637. Tale fama continuò poi tra glisceicchi in Turchia che fecero a gara ad avere le collezioni migliori di tulipani. Un’altro momento di tulipomania si ebbe nel 1800 in Gran Bretagna dove si diffuse la moda del tulipano e tutti cominciarono a coltivarli nel proprio giardino. Il numero di specie del genere Tulipa non è ancora precisato esattamente dai botanici.

Messer Tulipano

Un fiore per dire “ti amo”

Sebbene molti siano convinti che il fiore che simboleggia l’amore sia la rosa questo non è del tutto vero: il vero simbolo dell’amore perfetto, quello onesto, eterno e disinteressato è il tulipano, almeno stando a ciò che la letteratura e le antiche leggende popolari ci tramandano…

Ulteriori informazioni su: significato fiori tulipano – Linguaggio dei fiori – significato fiori http://www.giardinaggio.it/fiori/linguaggio-dei-fiori/significato-fiori-tulipano.asp#ixzz3Xdya4e1N

Qui sotto un po di link per approfondire.

Album di Flickr

Il sito web del castello

da Wikipedia

Il Castello di Masino

Che fai a Pasqua?

no non mi abbuffo a tavola.

no non faccio coda in autostrada.

no non seguo il meteo, lo ignoro.

e così vado a visitare un castello di cui ne ignoravo l’esistenza, bellissimo, bellissimo, bellissimo. Il FAI che lo custodisce, ha regalato al visitatore una perla incastonata su di una collina del Canavese.

“Più di mille anni di storia sono custodite nel cuore di un vasto e splendido parco ottocentesco, da cui si domina tutto lo sterminato panorama del Canavese. Antica residenza dei Conti Valperga, discendenti di Arduino di Ivrea, primo re d’Italia, il Castello tramanda intatto il fascino del suo glorioso passato che ancora oggi rivive nei suoi saloni affrescati, perfettamente conservati.”

Tutto vero.

guardate qui: Album di Flickr

Il video del restauro

se volete saperne di più: sito del FAI

il gabbiano Jonathan Livingstone

Scattata in gita un fine novembre a Roma al Vittoriano.

Jonathan è un gabbiano diverso dagli altri: mentre tutti gli altri gabbiani si affannano per trovare il cibo e sopravvivere, senza badare ad altro, lui adora volare e si allena per diventare perfetto nel volo. Per questo è rimproverato dai suoi genitori ed escluso dagli altri componenti del suo stormo, lo Stormo Buonappetito, che non comprendono la sua passione per il volo, ritenendolo soltanto come una comodità per procurarsi il cibo. Nonostante la buona volontà di Jonathan per cercare di essere un gabbiano come tutti gli altri, che lo porta a smettere di dedicarsi alla sua passione, il suo desiderio di volare è più forte di lui, così ricomincia ad allenarsi, arrivando in poco tempo a saper compiere acrobazie incredibili, mai compiute da nessun altro volatile. Fiero dei suoi risultati, Jonathan decide di mostrare allo stormo quanto ha imparato sul volo, ma riceve solo biasimo dai compagni, che lo considerano un folle. Alla fine il Consiglio degli Anziani decide di esiliarlo, deplorando la sua condotta temeraria e spericolata, inappropriata per un gabbiano.
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Una sola non bastava… ce ne andavano almeno 5

Più che le 5 Terre le definirei il Paradiso in Terra.

Quasi un anno fa il cielo minacciava pioggia, come d’abitudine a fine febbraio qui a Torino. Spenta la tv, messo un cd nella autoradio, impostata la modalità aereo all’iPhone, il meteo non ci avrebbe mai raggiunto, e se una cosa non la sai la ignori. Risultava impossibile però nascondere la nebbia e il cielo nero che ci ha poi accompagnati fino al confine ligure. Un altro mondo, un altro clima, un altro umore, quello giusto per un weekend desiderato da tanto, da troppo. Come al solito non ci accorgiamo del tempo, dei chilometri ed arriviamo a Levanto. Focaccia ed un giro in spiaggia. è tutto qui le 5 terre? ci deve essere dell’altro, sicuramente. google maps ci indica una strada per Manarola. Google maps ignora le frane, le strade chiuse, le strade cancellate. Ergo siamo in mezzo ai boschi, dispersi, sappiamo che li da qualche parte c’è la civilta. Ma che panorami. quasi speravo di non riuscire a tornare più nella civiltà. Tra mulattiere e strade non asfaltate dove rimanere incastrati è più facile di quanto sembri, raggiungiamo la strada litoranea. Google maps vaffanculo.

Due tornanti, qualche curva, un pò di sali scendi e di colpo ti trovi di fronte ad una pietra preziosa incastonata in una scogliera pazzesca. Tanta era la gioia e la meraviglia che le valige e gli zaini non pesavano nulla. Dovevo ancora spegnere la macchina che già scattavo foto. Manarola. Incredibile, vorrei provare tutti i giorni la metà della metà delle emozioni che mi ha trasmesso al primo sguardo. SBAM!!! Tutto mi è apparso chiaro, tutto è apparso vero, tutti avevano ragione, io avevo ragione. E’ un posto straordinario ed incantevole, solo case, piccoli negozi, localini e mare. Un posto che ti pone difronte al fatto che quella che tu fai non è vita, è solo sopravvivenza.

non basta un post, non bastano cento post, le 5 Terre vanno visitate. Tornerò e tornerò a raccontarle. Per ora condivido solo qualche foto di questo angolo da invidia.

Manarola album su Flickr

5 Terre